Le avventure del missionario del deserto che giurò a se stesso di dire sempre la verità ai superiori. Diciannove anni in missione senza ricevere una parola di incoraggiamento da Roma

di Egidio Picucci, Continenti, ottobre 1989

UN UOMO CHIAMATO MESSIAS

Alle ore 4,30 del 6 agosto 1889, mentre sorgeva l'alba sul golfo di Napoli, a 5 chilometri dal capoluogo, nella cittadina di S. Giorgio a Cremano, moriva il cardinale Guglielmo Massaja.

Gigantesca figura di uomo e di missionario, questo cappuccino piemontese fu pioniere, medico, mercante, architetto, muratore, etnologo, maestro e scrittore, fu spesso ricercato e onorato, ma altrettanto spesso perseguitato e umiliato. Egli stesso scrisse: ''un missionario deve fare almeno due parti: una di maestro, che è la minima, e l'altra di vittima, in supplemento e continuazione del sacrificio del Calvario''.

La sua lunga vicenda missionaria è affidata alle Memorie che scrisse per ordine di Papa Leone XIII; ma possiamo trarre informazioni interessanti e preziose anche dalle numerosissime Lettere. Pochi missionari, forse, hanno scritto quanto lui (e avrebbe scritto molto di più se solo avesse avuto carta a sufficienza!).

SEI ANNI DI VAGABONDAGGIO

Più che sacerdote, si sentiva missionario ("voglio andarmene lontano", diceva al padre che lo sorprendeva spesso a guardare oltre i campi di famiglia a Piovà d'Asti, dove era nato 1'8 giugno 1809), ma potè realizzare il suo sogno soltanto nel 1846, a 37 anni, dopo un incarico come cappellano nell'Ospedale Mauriziano di Torino, che gli risultò prezioso in seguito, ed un'apprezzata attività sacerdotale presso Casa Savoia. Fra l'altro era stato direttore spirituale di Silvio Pellico. Chiamato urgentemente a Roma perché il Papa aveva bisogno d'un uomo di fiducia per una nuova missione in Africa, in poco tempo era stato consacrato vescovo e nominato Vicario Apostolico dei Galla. La storia di quella missione era incoraggiante solo per i candidati al martirio: un tentativo dei Gesuiti era fallito sul nascere; due cappuccini francesi erano stati impiccati a Gondar (1637) e altri tre religiosi francescani erano stati condannati a morte e lapidati nel 1717. Nonostante ciò, Massaja scriveva: "Io sono impaziente di trovarmi in mezzo ai miei Galla". E invece dovette pazientare, dato che impiegò oltre sei anni per arrivare nel ter­ ritorio che gli era stato affidato. Le guerre gli imposero lunghe deviazioni; le stagioni delle piogge lo costrinsero a snervanti attese sugli alberi o sulle colline; l'incontro con serpenti, con belve e l'insidia di febbri micidiali gli presentarono più volte lo spettro della morte. Ma non si arrese e si risollevò ogni volta: sapeva camminare sul terreno che scotta. Una grave minaccia per lui fu la persecuzione scatenatagli contro dal vescovo eretico Abuna Salama il quale, appena seppe della sua venuta, lo scomunicò e ne storpiò il nome, trasformandolo in un titolo che lo avrebbe reso famoso in tutto il mondo: "Abuna Messias". I sei anni di vagabondaggio di rifugio in rifugio per sfuggire a chi lo voleva morto, resero il suo viaggio un'avventura entusiasmante, gli fecero desiderare ardentemente la meta, ma gli diedero anche un'invidiabile esperienza. Il Massaja, tendenzialmente portato ad un'osservazione acuta e continua, si rese conto immediatamente di alcune necessità a cui avrebbe voluto mettere subito mano per la missione ancora da fondare: voleva creare punti d'appoggio sulla costa da cui partire per evangelizzare l'interno, evitando l'isolamento dei missionari; voleva costruire un collegio in qualche città rivierasca per i giovani da avviare al sacerdozio o da lasciare a guida della loro gente. "La causa dell'Africa - scriveva - va trattata con energia, altrimenti passerà l'epoca e il tempo utile".

IDIOTA, MUTO E MERCANTE

Se il Massaja avesse dovuto aspettare l'occasione favorevole per muoversi, non avrebbe fatto un passo; per questo, pur di andare avanti nel suo viaggio, ricorse a tutti gli espedienti: si accorciò la barba, si deturpò il viso con nitrato d'argento, si finse idiota, poi muto e poi mercante per sottrarsi alle spie del vescovo copto nemico Salama che lo braccavano spietatamente e per sfuggire ai banditi, ai doganieri e ai negrieri. E tuttavia, non riuscendo ad entrare nella regione dei Galla, approfittò d'un viaggio in Europa per organizzarsi meglio. Consacrò in circostanze drammatiche Giustino De Jacobis, un lazzarista che aveva giurato di farsi abissino in tutto, tranne che nel peccato, poi s'imbarcò per l'Europa, dove trovò tali e tanti cambiamenti che arrivò a rimpiangere i pericoli della missione.

FINALMENTE TRA I GALLA

L'anno dopo (1851) iniziò il suo secondo tentativo di penetrazione fra i Galla attraverso il Sudan. Anche questa fu un'altra odissea: sotto il nome di dottor Bartorelli giunse al monastero copto di S. Antonio il cui abate era partito per il Sud per predicare una crociata contro di lui. Uscito dal monastero con uno stratagemma, tornò a vagare sulle piste interminabili, sempre più nude e sempre più deserte, fra urla di belve e arsura di venti che sollevavano sabbie soffocanti. Imprigionato dai banditi, fu rilasciato soltanto dietro pagamento di un riscatto. Finalmente il 21 novembre 1852 il dottore, che aveva viaggiato sempre con "tutto il rigore francescano, mendicando di porta in porta un pezzo di pane'', guadò il Nilo Azzurro e si trovò fra i Galla. Aprì allora un misterioso involto dove aveva tenuto nascosto per anni gli abiti episcopali e li indossò sotto gli sguardi stupiti e increduli dei giovani che lo accompagnavano; baciò la terra e intonò il Te Deum facendo voto di non riattraversare mai più quell'acqua che l'aveva trasportato nella terra dove intendeva restare fino alla morte.

ALLE PRESE CON DOTTI E STREGONI

Abituato a non perdere tempo, si mise immediatamente al lavoro con la tipica laboriosità dei piemontesi, convinto di poter creare subito ferventi comunità cristiane come quelle che aveva visto presso il De Jacobis. Ma la realtà si rivelò molto diversa dal sogno, perché i Galla erano ancora ai primi passi di una storia primitiva.

Massaja veniva dai campi e il suo passato contadino gli aveva insegnato ad aspettare: la terra porta il grano in grembo per nove mesi; la terra dei Galla, benchè più dura della terra riarsa, avrebbe dato il suo frutto. Sarebbe bastato "coltivarla" come un campo. L'importante era muoversi. "Il precetto di diffusione evangelica appartiene all'ordine di generazione della Chiesa, il quale naturalmente precede la conservazione", scriveva il vescovo: cominciò così un lavoro metodico e profondo, basato sul dinamismo e sull'osservanza di orari severi. Spesso il vescovo, dimenticando perfino d'avere un corpo , si abbandonava per poche ore su un giaciglio non come chi dorme, ma come chi ascolta. Dove non poteva arrivare con la parola arrivava con lo scritto; e come si era fatto artigiano quando il popolo ne aveva avuto bisogno, si fece soprattutto scrittore. Sapeva fare veramente di tutto. Le ultime resistenze ai suoi insegnamenti gli venivano opposte soprattutto dagli stregoni locali, ma caddero quando nella regione scoppiò il vaiolo. Il vescovo, convinto che la cura del fratello debba cominciare dal corpo, iniziò una campagna di vaccinazione sistematica "con un ago da imbal­ laggio accomodato a bisturi''. Arrivò a vaccinare 150 persone al giorno. La sera aveva le mani intorpidite ed il corpo esausto, ma era soddisfatto perchè nella... sala d'aspetto un confratello catechizzava i pazienti. Così, nutrendo le anime, egli nutriva se stesso. La gente, che prima lo aveva guardato con diffidenza, ora lo seguiva con ammirazione.

SE ROMA SAPESSE...

Dopo alcuni anni passati fra i Galla, dove poteva ben dire senza esagerare di aver "posto il piedistallo d'un colosso che si eleverà con la benedizione di Dio", si recò nel Kaffa, preceduto da una fama enorme che richiese tutta la sua umiltà per non sfociare in vanagloria. Anche qui le folle gli si accalcavano attorno numerose, ed egli le istruiva con paziente insistenza. Per questo richiese a Roma l'invio di altri missionari, non importa se preti diocesani o religiosi "purché appartenenti all'ordine dei veri e zelanti apostoli di Cristo". Nell'attesa di rinforzi che non venivano raccolse attorno a sé una famiglia di discepoli da cui di tanto in tanto usciva qualche sacerdote, scelto sempre con cautela ed attenzione "per non mantenere a spese di Dio la propaganda del diavolo".

Per questi preziosissimi collaboratori aprì un collegio a Marsiglia, anticipando la costruzione del Collegio Etiopico di Roma: era infatti convinto che il passaggio della Chiesa abissina al cattoli­ cesimo dovesse partire dalla base e non dal vertice. Il collegio, aperto fra molte difficoltà nel 1866, ebbe vita breve perché ostacolato dal clima e dagli uomini. Oltre che dei sacerdoti, Massaja si interessò anche dei laici, aprendo un'epoca nuova: per lui l'apostolato non doveva essere privilegio dei sacerdoti, ma di tutti i fedeli. Forse a Roma avranno detto: "Signore, mettigli una mano sul capo". Ma i suoi giovani collaboratori davano dinamismo alla missione, tanto che lo stesso vescovo li invidiava per l'abilità dimostrata da alcuni di essi nella catechesi e la loro virtù nella preghiera e nel sacrificio. Per bastare ai bisogni di tutti, Massaja ridusse i propri, accontentandosi di ''una cara grotta e di un pugno di ceci, all'uso degli eremiti abissini" e non imbarcandosi mai in grosse costruzioni. "Prima di far fabbriche, bisogna fabbricare la chiesa mistica...''. A chi criticava la sua missione perché non vi vedeva "grandi stabilimenti", rispondeva che "tutto il Sud dell'Etiopia ha già sentito la parola di Dio; abbiamo cristiani sparsi ovunque". Con Roma il rapporto fu alterno. Con una straziante litania invocava per lettera l'invio di nuovi vescovi ("se la S. Sede sapesse... me ne concederebbe almeno quattro"), nuovi missionari, facoltà pratico rituali che lo liberassero da una casistica trita e ritrita; ma soprattutto chiedeva appoggio e comprensione. "Ho passato 19 anni in missione scriveva al prefetto di Propaganda Fide senza poter contare una sola linea di esortazione e di incoraggiamento... Se non parlo io che sono vecchio e non ho niente da perdere, chi potrà parlare?" Parlava così anche per mantenere fede a un quinto voto fatto in gioventù: quello di non tacere mai la verità ai superiori. La sua grandezza aumentava con l'aumentare delle difficoltà. Ad ostacolarlo erano proprio i suoi consiglieri, ma questo non fece che stimolarlo a non cedere. "La missione galla - scriveva con una storpiatura grammaticale che dava forza alla frase - prima di morire, devo morire io".

Per alimentare maggiormente la vita religiosa della sua gente ebbe l'idea di restaurare il monachesimo che raccoglieva molte simpatie fra gli etiopi. Scrisse perfino uno Statuto per la congregazione di monaci etiopi che aveva in mente di fondare, ma dall'Europa non ebbe mai l'approvazione ad adottarlo.

VATTENE VIA!

Allontanato dal Kaffa perché accusato di maleficio, Massaja si diresse alla costa, ma fu fatto prigioniero dai soldati di Teodoro, l'imperatore odioso ed odiato che si ricordava dei sudditi soltanto per punirli e che cercava di vincere il male distruggendo anche il bene, ma che - secondo il Massaja - avrebbe avuto la capacità di fare dell'Abissinia e degli altri regni etiopici un grande impero, se la sua politica fosse stata più prudente e pacifica. Imprigionato e spogliato di tutto, perse in quest'occasione tutti gli appunti che aveva accumulato in tanti anni e fu portato in catene davanti all'uomo che terrorizzava l'Etiopia. Tutti temevano per la sua vita; e lui più d'ogni altro. Ma Teodoro, che non si era mai piegato davanti a nessuno, restò soggiogato dalla personalità dell'Abuna. Così il vescovo potè riprendere il viaggio verso l'Europa, dove lo attendevano impegni urgenti.

Nella primavera del 1864, dopo 13 anni di assenza, Massaja tornò in Europa, dove fu accolto con deferenza e ossequi. E dire che appena un anno prima s'era diffusa la notizia della sua morte ed era stato nominato il suo suecessore! Noncurante di tutto quello che non si riferiva alla missione, approfittò delle udienze con Napoleone III e con l'imperatrice Eugenia (dati i rapporti fra Chiesa e Stato rinunciò alla visita a Vittorio Emanuele II) per organizzare meglio il Vicariato dei Galla in cui vennero chiamati i cappuccini francesi e per compilare il catechismo in lingua galla che volle mettere in mano ai catechisti al più presto per facilitare l'insegnamento e rendere più essenziale la preparazione dei neofiti. Il volumetto, che era non solo un libro ma tutta la sua vita, gli fu bocciato senza nessuna ragione, e gli fu consigliato piuttosto di tradurre il catechismo del Bellarmino... Ma il lavoro che più lo occupava e lo preoccupava era l'apertura del collegio di Marsiglia.

PRIGIONIERO

Due anni dopo partì per la terza volta, "stanco, annoiato e vergognoso", convinto di poter tornare fra i Galla attraverso lo Scioa, da dove Menelik gli aveva fatto arrivare una lettera gentilissima. "Con quello stesso affetto - gli scriveva - con cui tu ami me, io amo te; per la qual cosa vieni nel mio regno più presto che potrai... Iddio ti conservi". Massaja era ancora sulla costa quando venne richiamato a Roma per consultazioni che gli si sarebbero potute benissimo risparmiare. Nell'autunno 1867 s'imbarcò per l'ultima volta e si diresse alla corte di Menelik, il quale trepidava nell'attesa perché sapeva come si dovessero ricevere i re o i capi di stato, ma non sapeva come si dovesse ricevere un abuna, specialmente se si chiamava Abuna Messias. Arrivato a corte, Massaja non fu più in grado di muoversi; Menelik, conoscendone la saggezza e la prudenza, non gli permise più di ripartire facendone un prigioniero dell'amore dopo che era stato per lunghi anni prigioniero dell'odio. Partire senza il consenso del re sarebbe stata una vera pazzia ed avrebbe comportato l'arresto immediato.

LA MISSIONE DELLO SCIOA

Massaja fu trattenuto nello Scioa undici anni durante i quali, oltre ad impegnarsi profondamente nell'attività apostolica lenendo miserie, confortando dolori, assolvendo errori e raccogliendo pentimenti, rese preziosi servizi alla Società geografica italiana e fondò una colonia agricola che diventò la "città missionaria di Finfinnì", la più fortunata di quelle da lui fondate, giacché 21 anni dopo Menelik la fece capitale dell'impero col nome di Addis Abeba (nuovo fiore), a ulteriore riprova dell'intuito del vescovo e delle sue facoltà realizzatrici. A corte Massaja non cambiò linguaggio, perché la verità non può variare secondo le classi. Insegnava con lo stesso amore ai ragazzini scalzi ed al re il quale, stupito dai suoi insegnamenti, si fece stendere dal Massaja un regolamento per la sua vita privata che tenne carissimo, pur non sentendosi di osservarlo in tutto.

L'ESILIO

Intanto, però, fermentavano nuove epoche e Massaja aveva intuito che il trono di Menelik vacillava. Il re era tanto abituato alle scosse da non sentirle più, neanche le più colossali, come quella che si stava avvicinando. Il vescovo lo ammoniva del pericolo, ma il re, che s'era preso il privilegio di averlo per consigliere, non seppe darsi il privilegio di ascoltarlo. Ati Joannes si autoproclamò imperatore d'Etiopia e dopo lotte, assalti e distruzioni, impose a Menelik una pace umiliante, fra le cui condizioni c'era anche quella di consegnare l'Abuna cattolico. Menelik si oppose decisamente e minacciò di continuare la guerra, ma il vescovo si consegnò volontariamente all'imperatore per evitare l'invasione dello Scioa. Il viaggio verso il campo dell'imperatore fu un capitolo di umiliazioni inaudite, di sofferenze indicibili, di perdite irreparabili. Il suo nuovo padrone lo ricevette, dopo otto giorni d'attesa, con un cerimoniale ridicolo e offensivo insieme. Nella sala buia, solo la faccia dell'abuna era illuminata da un foro praticato in una tenda, ma l'imperatore non osò fissarla neppure per un attimo perchè i suoi ma­ ghi gli avevano predetto che il vescovo avrebbe potuto ammaliarlo anche con un solo sguardo. Dopo averlo fatto attendere un anno - con due mesi trascorsi in prigione in un covile fetido dove il vescovo fu sul punto di morire, tanto che gli venne amministrato l'Olio degli Infermi - Joannes lo condannò all'esilio, imponendogli di prendere la via del Sudan. Era il 3 ottobre 1879. Non poteva essere altrimenti: dopo aver attraversato tante terre, il Massaja non poteva fermarsi, neppure morendo; gli ultimi suoi passi iri terra d'Africa furono come I primi, compiuti per sfuggire ai persecutori.

Il vescovo aveva 70 anni ed era ormai sfinito dalle febbri; nelle intenzioni dell'imperatore un itinerario così faticoso, infestato dalla malaria e dai banditi, avrebbe dovuto finirlo àl più presto; infatti aveva già predisposto che il corpo del vecchio fosse abbandonaio alle iene o gettato in un burrone. Invece l'Abuna resistette, grazie alla sua costituzione robusta, e grazie al capo di un gruppo di banditi in cui s''imbatté, il quale aveva giurato che non sarebbe stato tolto un capello ai fratelli di Abuna Jacob (De Jacobis), di cui egli stesso era stato discepolo. Così il viaggio si trasformò in un piccolo trionfo, e la gente accorreva a vederlo da ogni parte. ''Mi commosse un bambino - scriveva il Massaja - il quale, mostrandomi la cicatrice del vaiolo, cominciò a recitare il Pater noster". Vinto dall'emozione non poteva fare a meno di guardare di tanto in tanto la terra del suo lavoro e dei suoi sacrifici. "Coraggio - gli disse un cammelliere che aveva interpretato quegli sguardi per paura - domani quelle montagne vi toglieranno dallo sguardo le terre dei vostri nemici". "Ti inganni - rispose il vescovo - io non ho nemici, ma figli carissimi".

"VOGLIO MORIRE TRA LA MIA GENTE"

Dopo un viaggio estenuante la comitiva giunse sulle coste del Mar Rosso e da lì in Italia, dove il vescovo venne accolto come il "redentore africano". Ricevuto da Leone XIII, rinnovò la rinuncia al vicariato apostolico, ma non rinunciò mai alla missione, "giacché - disse con voce esile - ho un certo voto di morire fra la mia gente". Il Papa lo abbracciò, lo nominò cardinale e gli impose di scrivere le "Memorie". Così la sua opera non fu distrutta ma moltiplicata. Nella piccola cella del convento di Frascati Massaja scriveva fin dal primo mattino, fino a quindici ore al giorno, migliaia di pagine fino a quando il sole tramontava ed era ora di accendere il lume, occupandosi poi in piccole attività apostoliche. L'Italia intanto si ricordò di lui e lo nominò Grand'Ufficiale dell'Ordine Mauriziano e Plenipotenziario nel trattato di amicizia e commercio fra l'Italia e lo Scioa; più che le onorificenze, però, lo commosse l'arrivo di un giovane africano a cui amministrò il battesimo.

Ora è sepolto a Frascati, nel conventino dove si entra abbassando istintivamente la voce per non turbare il silenzio delle cose ancora colme della sua presenza e che pare abbiano preso da lui qualcosa di durevole e vivo.
Questo, insieme al tanto che ancora si potrebbe dire, è il cardinal Massaja, primo vero apostolo dell'Etiopia, perché nessuno più di lui ha vissuto e sentito la situazione religiosa e civile del Paese di quel tempo, e si è prodigato per risolverla. La sua personalità e la sua opera incisero profondamente su alcuni fondatori di Istituti, come Daniele Comboni (comboniani), Francesco Jordan (salvatoriani) e Giuseppe Allamano (consolatini).

Un cammino fatto insieme...

Nel Cinquecento, quella che oggi è la bella, popolosa e fiorente Frascati, era poco più che un villaggio agricolo con appena duemila abitanti. Chiamando i cappuccini, l'appena costituito comune volle che la crescita demica, economica, politica e sociale fosse accompagnata e, in qualche modo, guidata da istanze spirituali. Comune giovane, volle un Ordine religioso nuovo: i cappuccini erano sorti appena mezza secolo prima. È un cammino fatto insieme.

Leggi più sugli inizi dei cappuccini a Frascati