di Mariano d'Alatri ofmcap, I cappuccini a Frascati

L'annalista Zaccaria Boverio racconta che, volendo i cappuccini costruire un convento a Frascati, vi si opponeava accanitamente Pietro Antonio Contugi da Volterra, protomedico pontificio e proprietario d'una villetta situata nei pressi della celebre villa Rufina.

Perché cambiasse atteggiamento, fu necessario che gli capitasse un grave incidente. Mentre un giorno cavalcava verso Roma, fu disarcionato e trascinato attraverso i campi dal cavallo imbizzarrito. Soccorso da alcuni contadini e riportato mezzo morto a casa, avrebbe riavvisato nell'incidente un ammonimento di San Francesco.

Sempre a dire del Boverio, il Contugi si ravvide, guarì e, grato per la grazia ricevuta, volle costruire la chiesa dell'erigendo convento.

Lieto di aver collezionato questo "miracoluccio" all'inizio di un nuovo insediamento cappuccino, l'annalista non si cura di aggiungere altro. Non senza, però, aver posto, erroneamente, la data di fondazione sotto l'anno 1577. Sono i limiti di certa annalistica edificatoria, sacralizzante ed apologetica.

Il primo convento cappuccinoPurtroppo, circa la fondazione del convento frascatano niente sanno dirci archivi e storiografia cappuccina. In compenso, ci vengono in aiuto le delibere del consiglio comunale di Frascati. Fin dal 1° aprile 1571 il detto consiglio aveva convenuto sulla necessità di chiamare in città una famiglia di cappuccini, ed alcuni privati cittadini si erano offerti di contribuire alla spesa occorrente per la costruzione del convento.

Del negozio si tornò di nuovo a trattare in consiglio il 5 aprile 1573, e fu deciso di sollecitare ufficialmente la venuta dei frati a Frascati, dove - come s'è detto - alcuni cittadini erano pronti a contribuire concretamente per la costruzione del convento e della chiesa. Il Comune, poi, deciso a sostenere anch'esso una parte sostanziale delle spese occorrenti per l'acquisto del terreno, poteva fare affidamento su un facoltoso signore, rimasto anonimo, il quale era pronto ad anticipare il denaro, che poi sarebbe stato restituito parte entro l'anno e parte in quello successivo.

Fu parimenti stabilito di inviare due delegati a Palestrina, dove, l'8 maggio 1573, i cappuccini celebravano il loro capitolo, nel quale fu eletto vicario provinciale il p. Rufino Corso.

L'invito, di cui erano latori i cittadini di Frascati Marco Antonio Stefanucci e Giovanni Villozzi, fu accolto favorevolmente. Perciò il Comune si affrettò a provvedere il terreno necessario, mediante l'acquisto della vigna «di un certo Danese, posta a Valle Cuppola, o Cupa, vicino i beni di Giovanni Ciocca e del card. Sforza».

A breve distanza di tempo, altre due donazioni vennero ad accrescere l'area su cui sarebbe sorto il convento. Con atto di donazione tra vivi, il card. Guido Ferreri, vescovo di Vercelli, offrì «beato Francisco ac religiosissimis fratribus scappuccinis servientibus Deo in monte Tusculano» un boschetto confinante con l'orto degli stessi frati. L'atto fu firmato il 9 novembre 1580 nella villetta «Ferreria», di cui, alla morte del porporato (16 maggio 1585), diventerà proprietario il card. Francesco Sforza 6, il quale, con atto del 28 gennaio 1586, donerà anch'egli un appezzamento di terreno posto dietro la cappella dell'orto. Il terreno donato dal Ferreri si trovava sotto la sua villa, che perciò sorgeva tra la Rufinella e l'orto dei frati.

Anche se dai documenti non risulta in quale data fu inalberata la croce e posta la prima pietra, è nondimeno certo che si cominciò subito a costruire. Il 22 novembre 1574 il Comune assegnava ai frati la somma di cento scudi perché potessero completare la costruzione del conventino. Dunque, la fabbrica andava avanti ad opera di mastri muratori frati, già presenti in loco e che, come allora era d'uso, costruivano con le proprie mani la loro dimora. La cosa sembra confermata da un successivo stanziamento del Comune, che l'11 marzo 1576 approvava l'erogazione di altri cinquanta scudi per pagare la calce occorrente per murare una cisterna, quasi certamente quella del futuro chiostro, destinata a raccogliere e conservare l'acqua piovana.

La spesa per l'erezione della chiesa fu sostenuta dal già ricordato archiatra pontificio Pietro Antonio Contugi, come si legge sopra la porta della medesima e come egli stesso volle ricordare esplicitamente nella pietra sepolcrale posta innanzi al presbiterio, nel 1579, a ricordo della moglie Dianora e sotto la quale dovevano essere sepolti lui stesso e il figlio Francesco.

Ad ornare la chiesa intervenne direttamente il papa Gregorio XIII che, stando a quanto scrive l'anonimo autore di «Tuscolo moderno», avrebbe fatto «fare ad oro il soffitto» della medesima. La notizia sembra poco verosimile, anche perché il Contugi, mediante l'intervento dello stesso pontefice e contrariamente alla norma seguita dai cappuccini, riuscì a far voltare la chiesa.

Le cappelle laterali (diverse da quelle odierne e consistenti, forse, in due rientramenti nei muri perimetrali) furono costruite a spese dei cardinali Filippo Boncompagni e Filippo Guastavillani, nipoti dello stesso Gregorio XIII, il quale, durante il soggiorno annuale in Frascati, soleva salire a pregare nella detta chiesa e, con grande spesa, fece tagliare la collina retrostante chiesa e convento, per ricavarne il giardino e l'orto pianeggiante che ancora oggi si ammirano. In fondo al viale che li attraversa, mons. Ludovico Bianchetti, maestro di camera di Gregorio XIII, fece costruire la cappella in onore della Risurrezione di Gesù Cristo.

La chiesaLa chiesa fu consacrata l'11 ottobre 1578 da mons. Bartolomeo de Auria, vescovo di Milos, e, se si fa eccezione per le due cappelle laterali, essa doveva allora presentarsi così come è attualmente, nelle sue semplici linee architettoniche e con i suoi prestigiosi dipinti. La pala dell'altare maggiore, essenziale nella sua drammaticità, è di Girolamo Muziano (1528-1592) e rappresenta, al centro, il Crocifisso, dinanzi al quale si inginocchiano san Francesco d'Assisi e sant'Antonio di Padova. Sotto vi è il bel tabernacolo ligneo.

Nella cappella a destra di chi entra in chiesa, la pala dell'altare è una felice replica del quadro dipinto da Giulio Romano (1492/9-1546) per la chiesa romana di S. Maria dell'Anima: Madonna col Bambino e i santi Giuseppe, Girolamo, Rocco e Marco. Nella cappella di sinistra: Stigmatizzazione di san Francesco, anch'essa della cerchia del Muziano. Sia nell'una che nell'altra cappella, scolpiti in legno, campeggiano stemmi con draghi, sormontati dal triregno oppure dal cappello cardinalizio; e ciò ci riporta ancora una volta a Gregorio XIII e ai suoi nipoti fondatori delle cappelle, il cui stemma di famiglia era il drago. Sulle pareti della chiesa, ai lati delle due cappelle, sono dipinti, grandi e in piedi, i quattro evangelisti e, sotto ognuno di essi, vi è la raffigurazione di scene che la leggenda ricollega ai singoli evangelisti, esplicitate dalle relative iscrizioni. A destra di chi entra: Liberatio militis (sotto san Marco); Resurrectio Epigeniae (sotto san Matteo); a sinistra: Retractus Virginis (sotto san Luca, che dipinge la Madonna); Resurrectio Dusrianae (sotto san Giovanni). Gli affreschi (policromi gli evangelisti, monocolori le scene sottostanti) sono stati a lungo attribuiti a Niccolò Circignano, detto il Pomarancio (1517-1596), ma i moderni storici dell'arte li ritengono opera di Cesare Nebbia (1536-1614), discepolo e collaboratore del Muziano fin dal 1650.

Le fonti a noi note non ricordano esplicitamente l'intervento, nella fondazione del convento, del vescovo diocesano. Sembra tuttavia che a lui si alludesse con le parole della delibera consiliare del 5 aprile 1573, anche perché il benestare del vescovo non poteva in alcun modo mancare, dal momento che era esplicitamente previsto dalle costituzioni cappuccine.

La comunità che nel 1573 sollecitò la venuta dei frati, non può neppure lontanamente essere paragonata a quella dell'attuale fiorente e popolosa città di Frascati, poiché, anche se in forte aumento, nella seconda metà del Cinquecento Frascati contava poco più di 2000 anime. La sua storia come comunità organizzata aveva avuto inizio con il trasferimento (1538) della sede vescovile dall'antica Tuscolo al villaggio agricolo che, a cominciare dalla caduta dell'Impero Romano, era venuto costituendosi nel luogo detto Frascata. Alla crescita numerica degli abitanti si era accompagnato uno sforzo organizzativo attivato e favorito da più papi. Basti ricordare la promulgazione dello Statuto comunale da parte di Marco Antonio I Colonna (15 febbraio 1515) e la sua riforma verso la fine del secolo XVI (1592); nel 1530 l'antico castello era stato nobilitato con il titolo di città; Sisto V volle che i reggitori avessero una sede stabile (1590), e li insignì del prestigioso titolo di priori, da sostituire a quello già in uso di massari. Paolo III, che fu il vero fondatore della moderna Frascati, nel 1536 aveva provveduto a fare ristrutturare il centro abitato, con l'apertura di strade rettilinee e piccole piazze. Finalmente, nel 1563, il consiglio cittadino, a pieni voti, aveva eretto nella città una scuola pubblica.

La venuta dei cappuccini, voluta dai rappresentanti del popolo frascatano, si inserisce in questo fervore di crescita del Comune: infatti, viene notato esplicitamente che si riteneva «necessario a questa città di havere in la cità, overo sotto, un monasterio de cappoccino». Per una città nuova si scelse un Ordine religioso nuovo; e solo nel secolo successivo si insedieranno, in Frascati o nei suoi dintorni, i camaldolesi (1607), i riformati (1609), gli scolopy (1622) e i teatini.

Un cammino fatto insieme...

Nel Cinquecento, quella che oggi è la bella, popolosa e fiorente Frascati, era poco più che un villaggio agricolo con appena duemila abitanti. Chiamando i cappuccini, l'appena costituito comune volle che la crescita demica, economica, politica e sociale fosse accompagnata e, in qualche modo, guidata da istanze spirituali. Comune giovane, volle un Ordine religioso nuovo: i cappuccini erano sorti appena mezza secolo prima. È un cammino fatto insieme.

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